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novembre 2005 |
Concludiamo il ciclo sul bilancio
sociale con la terza parte
dell’intervista al nostro esperto.
Sebastiano Renna termina questa
intervista sottolineando come il
bilancio sociale non sia un pezzo da
mettere in libreria o semplicemente da
presentare, ma è necessario anche
ascoltare ciò che hanno da dire
coloro ai quali è stato destinato.
È un atto di coraggio che l’impresa deve
avere nel presentare all’esterno il
bilancio e nel sapere accettare anche
critiche sulla propria governance.
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Sebastiano
Renna, 37 anni, laureato in economia,
master in comunicazione d’impresa. Da 4
anni responsabile della comunicazione
istituzionale e delle politiche di
sostenibilità del Gruppo Granarolo... |
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D. Il vero bilancio sociale rispetta
dei precisi standard. Esiste il rischio
che il bilancio sociale possa essere
autoreferenziale?
R. Questo rischio si corre continuamente.
Non a caso sono stati varati dei modelli
di riferimento per la redazione del
bilancio sociale, ambientale o di
sostenibilità che hanno l’obiettivo di
indirizzare l’impresa verso l’esplicitazione
dei soli dati di interesse oggettivo,
misurabile e confrontabile, eliminando al
contempo quelle informazioni didascaliche
che rispondono ad un desiderio di pura
auto-rappresentazione.
Oramai tutti i bilanci sociali degni di
essere presi in considerazione adottano
modelli e standard nazionali come il GBS,
o internazionali come il GRI e
sottopongono il documento al vaglio dei
propri pubblici affinché questi esprimano
un giudizio di congruità, trasparenza e
veridicità rispetto al suo contenuto
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D.
Il bilancio sociale è uno strumento
dinamico. Il bilancio sociale va redatto
ogni anno, per questo può peccare di
ripetitività. Come si può evitare
l’inconveniente?
R. Come dicevo in precedenza, un bilancio
sociale che nasce in maniera estemporanea,
come puro strumento promozionale, corre il
rischio di risultare ripetitivo già alla
seconda edizione. Nel caso in cui invece
il bilancio sociale non venga inteso
semplicemente come uno strumento, bensì
come un processo - che nasce dalla
definizione di un approccio strategico
alla sostenibilità, viene alimentato da
politiche ad hoc, si declina ogni giorno
in prassi orientate a conciliare le scelte
imprenditoriali con gli impegni assunti,
misura gli scostamenti tra risultati
ottenuti e obiettivi previsti, sottopone
le azioni svolte al giudizio dei pubblici
dell’impresa - allora questo rischio non
esiste.
La ripetitività è quindi strettamente
collegata all’autoreferenzialità. Nel
momento in cui il bilancio sociale diviene
l’occasione per mettere di fronte
l’impresa e i propri interlocutori è
difficile che non nascano spunti per una
sua continua evoluzione.
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D. Il bilancio sociale come momento di
confronto. Una volta redatto il bilancio
sociale a chi viene distribuito?
R. Ai soci, ai rappresentanti delle
istituzioni, ai clienti, ai fornitori,
agli istituti di credito, agli esponenti
della società civile, dell’informazione e
della cultura.
L’importante però è non farlo diventare un
feticcio, un pezzo da collezione, un
volume da biblioteca.
Il bilancio sociale è uno strumento di
lavoro, di riflessione comune, di
confronto ravvicinato. Quindi non basta
distribuirlo, non è sufficiente un
processo di comunicazione mono-direzionale.
E’ necessario discuterlo, non solo
presentarlo. Non basta parlare, è
necessario anche ascoltare ciò che hanno
da dire coloro ai quali è stato destinato. |
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Quindi più che
una conferenza stampa o un convegno – che altro
non sono che passerelle inutili e
auto-promozionali – è opportuna una tavola
rotonda, un workshop, dei seminari all’interno dei
quali il ruolo primario tocca agli stakeholder,
non all’impresa. Presentare il bilancio non serve
a ricercare applausi e ammirazione.
Serve a farsi
dire, da coloro che operano a stretto contatto con
la tua organizzazione, cosa va bene e cosa non va
bene, quali percorsi generano valore per tutti e
quali no. Se l’azienda non ha questo coraggio e
questa apertura mentale presentare il bilancio
servirà semplicemente a saturare una sala riunioni
di chiacchiere vane e di raffinati eloqui, non
certo ad indirizzarla verso un percorso di
crescita sostenibile.
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D.
Il bilancio sociale anche per le piccole
cooperative Il bilancio sociale può essere
redatto anche da una piccola cooperativa?
R. Certo. Non è la dimensione societaria a
rendere più o meno opportuno lo strumento. E’
piuttosto il fatto che tale strumento abbia
una sua ragion d’essere intrinseca al modello
di business aziendale.
Ovvero che il bilancio sociale rappresenti una
imprescindibile integrazione del bilancio
d’esercizio, senza la quale i pubblici
dell’impresa non riuscirebbero a cogliere la
ricchezza di quel patrimonio “intangibile” e
non monetario di cui l’impresa è detentrice e
che sta alla base della sua sopravvivenza e
della sua prosperità futura
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Concludiamo qui il ciclo di interventi sul
bilancio sociale e nella prossima puntata
affronteremo
la comunicazione emozionale e polisensoriale.
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Aspetto le vostre domande, considerazioni o
quello che ritenete opportuno scrivermi
sull’argomento.
Il prossimo appuntamento tra un mese sempre su
www.socialinfo.it.
[Dora Carapellese]
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L'autrice |
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Dora Carapellese è originaria di
Andria (BA) e vive a Bologna. Si è laureata all'Università di Urbino in
Sociologia con una tesi sulla comunicazione visiva ("La comunicazione
visiva: percorsi iconici e frame narrativi").
E' Consulente di Comunicazione ed Immagine svolgendo la sua attività da
libera professionista, con mansioni di Art Director, Visualiser, Addetto
Stampa, Project Manager, Organizzatrice di
eventi. Propone piani di comunicazione interna
ed esterna personalizzati.
Dora Carapellese
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